robo-Flipper vuole salvare la sua specie dallo sfruttamento

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Vi ricordate di “Free Willy“, il film del 1993 che narra la storia di un’amicizia tra un bambino ed un’orca? O di “Anaconda“, con Jennifer Lopez e Owen Wilson? Vi ricordate delle creature acquatiche usate nei film?

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Erano state realizzate dalla Edge Innovations, una società di ingegneria statunitense specializzata in animatronica ed effetti speciali, situata in California. L’azienda sta portando avanti un programma per le scuole, in collaborazione con  TeachKind – la divisione educativa dell’associazione animalista Peta -.

Protagonista del progetto, con i suoi 250 kg 2,5 metri di lunghezza e pelle realizzata in silicone per uso medico, il delfino robot costato 26 milioni di dollari che un giorno potrebbe intrattenere le folle nei parchi a tema, per evitare di costringere gli animali selvatici a vivere in cattività.

«Ci sono circa 3.000 delfini attualmente in cattività, utilizzati per generare diversi miliardi di dollari solo per far vivere esperienze speciali agli spettatori, persone che hanno un forte interesse per conoscere quegli animali. Vogliamo usare quell’interesse e offrire modi diversi per innamorarsi del delfino» spiega il fondatore di Edge Innovations e CEO Walt Conti.

L’addestramento di delfini in piscine artificiali a scopo di intrattenimento ha da sempre generato molte polemiche. Il primo delfinario è nato in Florida negli anni ’30 e da quel momento gli spettacoli con i cetacei hanno avuto grande successo in tutto il mondo. In Italia esistono 4 delfinari: l’Acquario di Genova, il Delphinarium di Fasano, il Parco di Oltremare a Riccione e lo Zoomarine di Roma.

Nonostante i dati scientifici dimostrino la sofferenza dei delfini in cattività, continuano comunque a rappresentare una sicura fonte di guadagno – l’allevamento commerciale dei delfini è considerato un “mercato emergente” in paesi come Russia, Giappone, Cina e Messico -.

Molti cetacei in cattività presentano sintomi di stress, ansia e depressione. Anche se non mostrano emozioni negative durante le esibizioni non vuol dire che non ne provino. Vengono privati dell’oceano e costretti a vivere in delle vasche artificiali, il che li rende più sedentari e vulnerabili alle allergie e alle infiammazioni dovute al cloro e alle alterazioni del Ph dell’acqua. Sono esposti a sovraeccitazione costante per via del contatto col pubblico: la musica ad alto volume, le grida e i fuochi artificiali generano un contesto stressante. Soffrono inoltre per la mancanza di ombra e di profondità, non è raro infatti osservare scottature solari nei delfini in cattività, data la loro pelle sensibile.

La cattura di questi animali, poi, è un processo aggressivo che li priva violentemente della loro libertà – sono rari infatti i casi di delfini nati da genitori già presenti nei delfinari -. I cetacei vengono seguiti e circondati da varie barche con l’obiettivo di dirigerli verso una determinata trappola. A volte vengono persino usati degli esplosivi per spaventarli e costringerli a muoversi in una determinata direzione.

Poiché il tasso di mortalità è relativamente alto nei delfinari, la cattura di cetacei selvatici continua ad essere una realtà. Attualmente numerosi animali vengono catturati nei mari di Cuba, Giappone, Russia, Cina, Indonesia e sull’estesa costa africana.

Nel loro habitat naturale esplorerebbero naturalmente ogni angolo di mare, invece di rimanere chiusi dentro una vasca senza stimoli. I delfini sono curiosi e intelligenti, quindi dovrebbero sempre essere stimolati mentalmente per rimanere sani e felici. Noi speriamo che il progetto dei delfini robot faccia sì che questi animali costretti a vivere in cattività riconquistino la libertà che ogni essere vivente merita.

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